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L'OSCAR (da bagno)

3 Marzo 2014 alle 15:00

C'è una vitalità - anche percettibile nel selfie ormai diventato famoso - nel cinema hollywoodiano e nei suoi interpreti (felici, ironici, seriosi, talenti veri e sempre protagonisti dentro e fuori i teatri di posa) che mostra una, cento, mille marce in più dello stantio e vanitoso (ma vuoto) cinema italiano, dove gli stessi paralleli protagonisti nostrani, così nei selfie come nelle apparizioni al pubblico, si caratterizzano per prosopopea, supponenza, mancanza di talento e spocchia: loro si in grado di vincere "lo scardabagno" del titolo. Come, proprio ora che a nove colonne (Ucraina permettendo e a Renzi e crisi politica piacendo) i media si spellano le mani per "La Grande Bellezza", icona del cinema italiano contemporaneo? Si, proprio ora bisogna stare con i piedi per terra. Hollywood col cinema ci ha fatto industria, politiche sociali, denuncia e ha raccontato storie. Ha ricostruito la storia. L'ha fatta diventare cronaca, accessibile e comprensibile a tutti. Cinecittà, con le bandiere rosse dei sindacati e dei lavoratori che ne hanno occupato gli spazi, coi cinepanettoni e le struggenti fiction televisive fatte passare per lungometraggi di elevata drammaticità e spessore emotivo, ci ripropone il nostro provincialismo, dove per rivincere un Oscar, dopo 15 anni, si è stati costretti a scimmiottare Fellini. Decadente l'uno, decadente l'altro: Fellini e Sorrentino, accomunati dalla decadenza dell'Italia che hanno purtroppo ben filmato e pure esportato oltreoceano. Tanto per ricordarglielo anche agli americani. Si insomma, non mi prendete per pessimista, ma questa statuetta - nel sentire i tanti nomi del made in Italy che hanno vestito i protagonisti della serata - mi intristisce, perchè siamo l'ultima ruota del carro, quando invece potevamo essere dei missili atomici. Ma che ci vuoi fare, se l'Arcuri è la nostra punta di diamante, l'inarrivabile Cate Blanchette non può che dormire assolutamente i sonni più tranquilli, semplicemente cambiando canale.

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