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Electrolux: la deindustrializzazione continua

5 Febbraio 2014 alle 09:00

Ogni manager in carriera raggiunge il proprio livello di incompetenza (e lì si ferma, o lo cacciano): è una vecchia “legge di Peter”, forse applicabile alla carriera dell’amministratore pubblico Zanonato; però il caso Electrolux e i molti consimili non ne sono una prova. Il fatto è che lo Sviluppo Economico, competenza del suo ministero, è chimera risaputa impossibile per il nostro record di (op)pressione fiscale; e, come se questo già non fosse sufficiente, per i record di costo dell’energia, infrastrutture carenti o superate, numerosità e conflittualità dei centri decisionali pubblici, numerosità degli adempimenti burocratici, lentezza e opacità della burocrazia, lentezza e inaffidabilità della magistratura, persistenza di corruzione e criminalità organizzata, persistenza diffusa di vetero-anticapitalismo … e via sgranando il rosario di tutto ciò che il sistema paese non si fa mancare per garantirsi un progressivo impoverimento. Accorrano al soccorso del ministro la maestrina Debora e il preside Enrico: sarà ancor più evidente che trattenere, con pianti e ringhi, capitale e lavoro nel paese economicamente tra i più inospitali del mondo industriale, è impossibile. E ad impossibilia nemo tenetur, ministro incluso. Chi invece può e si accinge a fare due cose per rappezzare la propria gestione (oltretutto già di suo mediocre) e mettersi in salvo è la Electrolux: abbandonare questo mortifero paese poco per volta, diciamo in due-tre anni; e nel frattempo tentare di limitare il passivo agendo sull’unico costo in qualche misura comprimibile, tra i tanti diretti e indiretti sommariamente su elencati: il salario netto dei dipendenti. Loro sì, che sono tenuti ad arrangiarsi.

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