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Integrazionismo kyengiano

28 Gennaio 2014 alle 20:15

L'integrazione, oggi, passa attraverso l'accesso a modelli di consumo, ovvero necessita di un potere d'acquisto di base, ottenuto attraverso il lavoro e non attraverso una rendita assistenziale. Stili di vita e possibilità di consumo derivanti dal potere d'acquisto, offrono all'individuo un ampio ventaglio di opzioni, entro le quali la cittadinanza effettiva finisce con l'inscriversi. Il resto viene da sé. Non è una valutazione positiva, questa, tantomeno naturalistica, perché occorre rilevare che sono sorte situazioni di emarginazione che esulano dal discorso della cittadinanza. Oggi può essere marginalizzato chiunque, anche l'autoctono figlio di autoctoni, che della propria condizione di cittadino e delle garanzie dell'elettorato attivo e passivo non saprà che farsene. Tanto più in un momento in cui l'astensionismo nelle competizioni elettorali tocca picchi del 30%. E' lo sviluppo dell'attuale sistema economico con le sue patologie ad aver creato, di fatto, questa situazione, che non è burocratica, né giuridica, non legata quindi a procedure, né leggi, men che meno ad una carta costituzionale dei diritti. E' semplicemente effettiva. Per poter parlare di integrazione, occorrerà necessariamente affrontare il tema del lavoro, altrimenti sarà solo un mero spreco di denaro e di parole. Ammesso (e non concesso) che l'integrazione calata dall'alto dal ministero kyengiano sia un obiettivo da perseguire e non gli si preferisca invece un qualsiasi altro modello di multiculturalismo, magari di tipo londinese.

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