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Sursum corda: lo spettacolo continua

18 Novembre 2013 alle 14:00

Prendiamola con cinica allegria. Si imponeva un’operazione di pragmatismo politico: separare concretamente i problemi del Cav. dalla tenuta della maggioranza. Eravamo bloccati da uno scontro fasullo, cioè di facciata, perché realisticamente, non c’erano i presupposti politici perché il Pd non appoggiasse la decadenza e il PdL non la rifiutasse. Può sembrare poco elegante, ma il Pd, dopo la sconfitta elettorale di febbraio, gli streaming penosi col M5S, l’obbrobrio dei 101, la fiducia al “governo che non volevamo”, non aveva altra strada. Idem, con motivi diversi, il PdL. Pensare che il Pd potesse glissare sulla decadenza erano pensieri e disegni incompatibili col principio di realtà. Questo il vero motivo dell’avvenuto e, fuori dal momento emozionale, giustamente accaduto. Reggerà? Vedremo. La rinnovata virulenza dell’affaire Cancellieri, vedi anche Repubblica, il Fatto e Micromega, sembra voglia condizionare la vita del governo da sinistra. Sarà il solito caso che tutto riparta dalle Procure? Fate voi. Il dividendo per ora lo incassa Letta: la vita del Governo sembra assicurata, quota 172 + senatori a vita. I senatori ex, ma non più di tanto, hanno i numeri, se saranno confermati i 33, per garantirla: decadenza o no. Oggettivamente un passo avanti. Ma incombono, dense gracidanti, le paturnie del Pd, che a parte le precongressuali, sono native, originarie. Sono l’espressione di un partito che vorrebbe rappresentare un punto comune d’arrivo senza l’indispensabile concezione interclassista della società. O magari, ancora peggio, anche averla, senza mai dichiararla esplicitamente, basterebbe togliere efficacia condizionante ai tanti massimalisti e giustizialisti che tengono banco. Si possono scrivere milioni di parole a riguardo, si può ricorrere ai più sofisticati distinguo, ma il nodo reale, manifesto o latente, è quello.

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