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Religione, coscienza e ragione

14 Novembre 2013 alle 18:45

Scalfari: “Santità, esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce?”. La risposta la conosciamo. Ora, io dico, porre l’accento su l’intimizzare il fatto religioso, interiorizzarne l’esperienza (la coscienza è un luogo intimo), farne il fulcro dell’approccio con il divino e le sue norme è un’opzione non priva di conseguenze, e rischi. 1) Perché l’intimità è legata alla soggettività, la soggettività alla singolarità e all’individualità di quell’esperienza, che comporta la sua esclusività, unicità e – in ultima analisi - la sua non condivisibilità. Tutto il contrario del rapporto con l'essere, con la verità oggettiva, esterna, sperimentabile negli stessi modi da chiunque dotato di ragione. Il cui risultato diventa così condivisibile, partecipativo. Perché “il seme del logos è ingenito a tutta la stirpe umana” (Giustino), è “spermatikos”, e produce esiti diffondibili, comunicabili, confrontabili. 2) E perché (e lo dico in un sussurro) può accadere che tu, in tutta coscienza, non sappia chi sia l’interlocutore. O il suggeritore.

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