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12 Novembre 2013 alle 16:15

E’intrinsecamente, politicamente anomalo che il centrodestra e la sua rappresentanza politica e il suo futuro, debbano essere, nel bene e nel male, legati ad un solo cognome, per importante che sia. Il tormento è nell'anomalia. L’analisi e la diagnosi non sono misteriosi: siamo in presenza di un patrimonio elettorale di milioni e milioni di voti ma in assenza, al di fuori del cognome, di una alternativa capace di tenerlo insieme. Ma non si può, per calcolo, per principio, per amore ritenerla senza sbocco. Non si può. Se questa situazione sarà tenuta presente, col cinico pragmatismo del principio di realtà, senza far prevalere tentazioni viscerali, emotive e di eventuali aleatori vantaggi personali dai partecipanti, Cav. compreso, al D.day del 16, forse, si riuscirà a produrre una decisione “politica”. Non si tratta solo di Letta sì, Letta no, si tratta di arrivare a capre: cosa siamo, dove vogliamo andare e cosa/come fare per andarci. Se le diverse idee e proposte troveranno una sintesi politica condivisa, qualunque dovesse essere, bene, altrimenti sarebbe il fallimento del disegno di poter rappresentare unitariamente quel popolo che da sempre non è mai stato ammaliato dalle sirene della sinistra. Capisco bene che tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare, ma per fare “politica”, occorre uscire dal porto e affrontare con animo pionieristico i rischi che ne derivano. Forse è troppo pretendere, ma al di fuori c’è la solita Italietta trasformista, incartata su se stessa.

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