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La repubblica dei poeti

7 Novembre 2013 alle 12:30

A Berlusconi non restano che i poeti; Bondi è il solo che, entrato nella repubblica dei poeti immaginata dal Cav., sdegnosamente se ne allontana perché ha visto che su quel carro di Tespi sono saliti solo nani e ballerine sculettanti al tempo delle rose,mentre ora che il rosaio si è essiccato ognuno raccoglie le spine per fare corona mortuaria al caro estinto. La politica non è un'arte poetica, chi vi pone mano innalza la sua epica su patiboli, mentre Berlusconi ha creduto- come un Savonarola moderno- comporsela non con l'incendio delle vanità con cui resse la sua repubblica il predicatore fiorentino, ma con la compiacenza di tutti quelli che invidiavano la sua leggerezza dell'essere e accompagnavano con le loro cetre le danze e i balli con un paese in rovina: così Nerone cantava durante l'incendio di Roma il suo poema. Ora che il disastro incombe sull'Italia, quegli stessi adulatori sono divenuti gravi e pensosi padri della patria, nella commedia hanno cambiato ruolo, perché gli attori non hanno veste se non quella della recitazione, sono politropi (dal multiforme ingegno). Bisogna imparare molto dai poeti prima di dedicarsi alla politica, perché- come dice Esiodo- i poeti dicono molte menzogne sotto l'aspetto della verità, ma per noi anche la sua reciproca è vera.

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