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Democrazia e sharia

5 Novembre 2013 alle 11:00

Rowan Williams, ex arcivescovo di Canterbury e il presidente della Corte suprema inglese, Lord Phillips, hanno a suo tempo auspicato l’inserimento nel diritto anglosassone di alcuni elementi della sharia, oggi il giudice britannico Sir James Munby sostiene che l’Inghilterra “non è più un paese cristiano, quindi le corti devono servire una comunità multiculturale”. Secondo queste tre personalità pubbliche inglesi la legge deve registrare la sensibilità morale dei cittadini, non prescriverla, secondo un solido principio liberaldemocratico. In linea di principio sono perfettamente d’accordo ma vorrei porre una domanda fondamentale. Se la “sensibilità morale dei cittadini” prevede la violazione dei “diritti dell’uomo” e aborre ogni ipotesi di reciprocità può chiedere di venire ascoltata in base ad un principio democratico che non può accettare né l’una né l’altra? Mi chiedo se possa “democrazia” continuare ad essere un’espressione astratta, svincolata da ogni rispetto umano e, in caso affermativo, se possa continuare a ritenersi un “valore”.

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