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I Diàdochi

18 Ottobre 2013 alle 13:00

La politica non è un'arte per uomini nuovi, prima di affrontare nella pubblica arena la furia del toro del potere bisogna esercitarsi nell'arte della prudenza del torero, attrezzato dall'esempio degli antichi e dei moderni, per scongiurare che - superati gli steccati del circo - le corna di quella bestia si rivolgano contro gli spettatori inermi. Basterebbe che chiunque abbia raggiunto il soglio del potere facesse memoria del "Enrico V" per scongiurare dal suo regno la rovina preparata da ogni usurpatore, che si dichiara legittimo e benevolo erede del nobile padre in pensione. Così avviene nel Pdl, ove la lotta tra falchi e colombe fa dimenticare il loghion evangelico secondo il quale nessun regno diviso conviene che permanga. Scelta Civica abbandona l'autore della sua fortuna (o italica sventura) e propone un nome oscuro che non ha nemmeno la dignità di convogliare su di sé il pubblico sdegno del suo mèntore; il Pd si diverte a smontare una nobile tradizione seguendo le bizze di un pargolo appena adolescente in erezione per il comando, Grillo stenta a conservare la disciplina di un gruppo indisciplinato (perché in ogni formazione anarchica ognuno si fa capo). Intanto l'Italia langue, si spartiscono le spoglie a babbo ancora vivo, che prevedono presto morto. Il popolo guarda e soffre, mormora e attende in segreto che dal cielo o dall'inferno venga la giusta vendetta. Intanto nell'intervallo i pesci pilota nei talk show sghignazzano sulle avventure pelose di Berlusconi.

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