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Norimberga docet

16 Ottobre 2013 alle 12:30

L’affare Priebke, per la gravità lucida e consapevole degli atti compiuti e mai rinnegati, per la loro atroce profondità, ci interroga sulla potenza del male. Su questa categoria dell’essere che ci illudiamo di circoscrivere con le leggi e la civiltà. Ma che sfugge, capace di approfittare del bene, di farsi beffe della Giustizia compensatrice, specie quando rasenta l’assoluto. Si è discusso sulle esequie. Se era giusto negarle. Si è portato ad esempio e parallelo l’etica ippocratea. Il focus non è di adeguare comportamenti a logiche astratte e impersonali, quel diniego è il grido della coscienza umana consapevole che non si è avuta giusta riparazione. Che aver goduto di un ordinamento e di apparati garantisti e umanitarismi non è stato giusto. La rappresaglia è peggiore di una strage, dove ammazzi nel mucchio, nella folla per te anonima. Qui, e in casi simili, si tratta del rastrellamento persona per persona, di gente che hai visto negli occhi, che avrà interloquito con te, fatto domande, spiegato, chiesto pietà. Come può il sentimento di giustizia che alberga in noi non ribellarsi, ad esempio, di fronte agli arresti domiciliari? Tanto (dorati?) che non si è avuto bisogno neanche di evadere, come Kappler, e fonte di longevità? Forse, a volte, passare fra le maglie dei nostri ordinamenti è altrettanto facile che in quelle delle sbarre. Ecco che dunque, di fronte al limite oltrepassato, affiorare il sentimento che certe garanzie non misurano il grado di civiltà, rasentano la beffa. In casi del genere, non so se negare i funerali o qualcos’altro, qualcosa a monito comunque, senza attendere l’aldilà, terrenamente urge che vada fatto, l’equivalente – che so - di un decreto di damnatio memoriae con ciò che comportava in antico, se si ritiene la pena capitale un delitto relegabile tra le muffe della storia.

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