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La Siria e la pace

9 Settembre 2013 alle 14:15

Qualcosa si è incrinato nelle nostra etica valoriale. Sarà politicamente scorretto, ma non capisco, ad esempio, il ‘pregare per la pace’ tout court, sic et simpliciter. Non capisco che senso abbia in date contingenze storiche anelare a quella condizione in senso assoluto, slegato dalle altre condizioni ad essa consorelle, quali giustizia, libertà, beni anch’essi da Dio. Senza addentrarci nel caso siriano e nella sua complessità, in moltissimi casi lo status quo (perché tale risulterebbe la pace) finirebbe per fare il gioco delle prepotenze, delle tirannie di quelle forze del male che la “pace”, la loro “pace” sanno garantirla eccome. Nel caso specifico poi, perché aspettare gli oltre centomila morti per invocare la pace? E per i genocidi del Darfour, del Sudan perché non averla invocata con altrettanta enfasi e intensità? Certo, si può dire, il pericolo è dato dalla dimensione, dal grado di potenziale deflagrazione del conflitto fuori dei confini siriani. Ma allora il pregare è contingente, la pace invocata relativa, agganciata e funzionale a momenti e situazioni storico-politici, né più né meno che come tutte le altre azioni umane? Perché, inoltre, mi chiedo, non pregare mai per il trionfo del bene? Lo sappiamo ancora identificare?

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