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Crisi, cui prodest?

6 Settembre 2013 alle 13:15

Soccorre il principio di realtà. Far cadere il governo sarebbe un atto liberatorio spontaneo, naturale, emozionalmente e passionalmente comprensibile. Ma non sarebbe il biblico“Crepi Sansone con tutti i filistei” Creperebbe solo Sansone. Sarebbe un finale che vanificherebbe vent'anni di passione e di presenza politica, di speranze suscitate in tanti milioni di elettori, di ogni possibilità di poter continuare ad essere il punto di riferimento di quelli, sono tanti, che hanno avuto fiducia in lui. Sarebbe solo una mossa falsa. Quella che tutti mozzorecchi giustizialisti si augurano per intonare peana. Ecco, solo pensando a quanto ne godrebbero, vale la pena di deluderli. Capisco bene: un sacrificio tremendo e doloroso per la persona umana, ma non per quella politica, in quanto finalizzato a mantenere unito un popolo che ha confidato in lui e nella sua visione dell’Italia. Dimissioni prima delle decisioni della Giunta, accettazione dei domiciliari, con fiero, composto, dignitoso contegno, equivarrebbero a gettare fondamenta, più solide di prima, su cui costruire un futuro favorevole, anche elettoralmente. E poi, rigettare nella strozza dei suoi nemici il grido e il piacere di additarlo come colui che per motivi egoistici, noncurante della drammaticità del momento, ha provocato una “crisi di governo ad personam”, sarebbe già una rivincita. E ancora, poiché i suoi nemici sono anche nemici di questo governo di servizio che sanno di non avere in pugno, come spasmodicamente vorrebbero, alla rivincita si aggiungerebbe la soddisfazione di mantenerli fuori.

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