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La legalità dei Tafazzi

22 Agosto 2013 alle 12:30

Il dilemma dei senatori piddini. Se mi avvalgo delle mie facoltà costituzionali e salvo Berlusconi uccido il PD. Se mi accodo alla sentenza Esposito mi degrado a mero passacarte di decisioni altrui, sancendo che l'unico potere (assoluto) in Italia è quello dei giudici, perfino sputtanatissimi come Antonio Esposito. Se non è una vera crisi di sistema questa! E possiamo ben dire che la cosa viene da lontano, ben prima dell'avvento di Berlusconi. Già oltre una ventina di anni fa (1991), il presidente Francesco Cossiga si era accorto della pericolosa china lungo la quale si erano avventurate le Istituzioni, dello squilibrio fra magistratura e politica. "Picconò" e si beccò addirittura una procedura per "attentato alla Costituzione", nientemeno. Accusatore: il PDS di Achille Occhetto. E già allora il tutto veniva da ancora più lontano. Il percorso di una trentina d'anni si può sinteticamente riassumere con Gherardo Colombo: "Il giudice deve svolgere un ruolo politico perché deve surrogare il ruolo di un'opposizione politica inefficiente per via della scelta consociativista della sinistra storica". (in appendice del libro "In nome dei pubblici ministeri" di Gargani e Pannella, 1998). Facevano parte della partita, fin dal 1971, una componente filo-PCI con esponenti del calibro di Giancarlo Caselli, Edmondo Bruti Liberati, Elena Paciotti, ecc., e una componente gruppettara, simpatizzante della sinistra extraparlamentare, con esponenti Francesco Misiani, Francesco Greco e altri (fonte Francesco Misani). Elena Paciotti si poneva domande (retoriche?) del tipo: "Quando un giudice di Magistratura Democratica si trova di fronte un imprenditore e un lavoratore deve considerarli uguali davanti alla legge o assumere un atteggiamenti parziale?". Con ciò confessando che la legalità ammette "atteggiamenti parziali". Quindi la legge sarà anche uguale per tutti, ma i giudici non necessariamente. Ecco così sanzionato il tristo destino dello Stato di Diritto (la massima conquista giuridica dell'Occidente), per sua natura limitato e garantista, per la difesa dei diritti dei cittadini, in Italia sulla bocca di tutti eppure così malconcio da non garantire neppure più la basilare separazione dei poteri. Nella patria del diritto, la celebre teoria della divisione dei poteri di Montesquieu viene vanificata interpretandola in senso tecnico-giuridico, e per di più di parte, e non piuttosto in senso politico di forze che devono equilibrarsi. Il PCI-PDS-DS-PD (per ragioni di bottega?) ha favorito questa evoluzione, ma ha finito col doverne subire "l'autonomia e l'indipendenza" quando era al governo con Prodi e anche proprio ora che ha bisogno di Berlusconi per governare. Non il partito quindi, ma i magistrati “protetti” hanno beneficiato della rivoluzione, e sono diventati tanto potenti da mettere in scacco il maggiore partito italiano, Parlamento e Governo. Se non che, la Storia passa all'incasso. Il prezzo non è tanto il Governo Letta, quanto una crisi di sistema che è già mortale per il troppo facilmente ricattabile PD stesso (un partito che non riesce neppure a celebrare normalmente il proprio Congresso) e, dio non voglia, una catastrofe per l'Italia. A quelli che cincischiano, conviene ricordare che scorciatoie, furbizie, mezzucci e miopie alla lunga non rendono, quando non si rivelano addirittura autolesionistici e disastrosi. Vent'anni di "resistere, resistere, resistere" ci ha portato fin qui. Appaltare i destini dell'Italia a un migliaio di magistrati politicizzati è di un tafazziano pazzesco. Se poi vediamo che il tutto è per una manciata di milioni di presunta evasione del massimo contribuente italiano, senza neppure le prove e con giudici alla Esposito, cascano le braccia. Occorre un rapido sussulto di dignità della politica, se siamo ancora in tempo.

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