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Medioriente

20 Agosto 2013 alle 18:30

E’ chiaro che i fatti d’Egitto avranno una valenza non solo interna. L’esito influenzerà non poco gli assetti regionali. Milioni di persone che si rivoltano (anche se scompostamente) contro l’islam politico è qualcosa con un suo peso specifico. Ad esempio Assad ne uscirà rafforzato… e Erdogan? Perderanno vigore o sostegno popolare la visione escatologica della realtà e della storia e quelle forze che la propugnano, sia in chiave sciita che sunnita (al Qaeda, Fratellanza, Salafiti), tese ad esportare oltre i propri confini di appartenenza ideologia, utopie e mitologie. A vantaggio di forze nazionaliste (lasciando da parte per ora se democratiche o meno) rivolte a gestire interessi concreti entro i propri confini. Se non nell’immediato, forse avranno una chance quelle istanze sottopelle, mute e senza leader, ma sentite che vanno dalla laicità della politica e la sua separazione dalla religione; alla permeabilità antropologica delle società alle dinamiche della storia (vedi i distretti urbani di Egitto, Turchia, ma anche Teheran, le donne afghane), che, dato il quadro regionale, ora o sono acefale o tendono ad aggregarsi attorno all’ala militare (in Egitto, in Turchia). In questo scenario Obama e tutto il bagaglio ideologico che rappresenta si muove a disagio. Oltre a non avere chiavi esegetiche adeguate, non trova quei punti di riferimento eticamente riconoscibili con cui l’ideologia progressista è abituata a confrontarsi per far valere la sua presupposta superiorità morale. Non si identificano cattivi con cui prendersela e buoni in soccorso dei quali correre a vessilli spiegati. Così non si muove Emergency. Non si muovono le Ong. Non si muovono cooperanti e pacifisti.

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