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La lunga attesa del primo agosto 2013

5 Agosto 2013 alle 14:15

Otto ore (circa) di ‘travaglio’ (s’immagina), per decidere (del già deciso), sotto le 20, non giustificano della severità che, messa una sbrindellatissima foglia di fico sulla interdizione, manda un uomo a giacere fra i rifiuti della società. Otto ore che l’ottimo Mentana ha commentato spasmodiche, opinando l’impossibile ma meno della temuta condanna. Se ascoltassimo la registrazione della lunghissima telecronaca dal Palazzaccio, Mentana ci stupirebbe per la sua inavvedutezza e noi ritorneremmo a credere che i miracoli sono una soluzione che Dio spesso ci nega. Invece no, la montagna, è il caso di dirlo, ha partorito un rachitico topaccio a gloria di mammà. Di che s’è parlato durante le ore spasmodiche della nostra attesa? C’è stata una partita a tressette col morto? Andiamo, non sarebbe serio: il mondo attendeva trepidante e, dei signori burberi, “giocavano a scassaquindici” sulla pelle di un povero disgraziato che da loro dipendeva per sopravvivere? Non capisco infine, perché mai, trattando della vita di un uomo libero, Berlusconi o Carneade che sia, ci si debba rinchiudere in camera sigillata per discettare sulle colpe o innocenza dell’uomo imputato. La vita dell’uomo è una sacrario che merita il massimo rispetto, e rinchiudersi appartati per discutere sulle malefatte di quest’uomo non è confacente ai diritti dell’uomo che la Rivoluzione Parigina conferì al cittadino. Discussione libera, a tutto campo, udibile, visibile, in modo che il giudizio dei giudici non possa essere interpretato come una formalità teatrale immune dagli applausi o dal dissenso: giustizia, non segreto di giudizio. Non è la sentenza che fa il giudizio, è il come si giunge alla sentenza che legittima il giudizio. E dire, nel caso della sentenza di cui ci doliamo, che “quod scripsi scripsi” era già stato stabilito, si trattava semplicemente di una quisquilia che con la sentenza giocava a rimpiattino.

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