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Dovremmo ammetterlo

18 Luglio 2013 alle 10:48

Paradossale e sconcertante la conclusione amareggiata del Procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi. Non condivide la sentenza d’assoluzione del generale Mori e del colonnello Obinu perché il fatto non costituisce reato e, come un normale cittadino digiuno di pandette, la rispetta (ci sarebbe mancato), ma ricorrerà in appello. Nulla quaestio se non la condivide; ma che debba ricorrere perché ha perduto il confronto con i giudici legittimamente chiamati all'arduo compito, è leggermente bizzarro. Non era in corso nessuna guerra fra il Procuratore aggiunto di Palermo e il Tribunale giudicante dell’aggrovigliata vicenda Mori-Cosa Nostra. Il Procuratore aggiunto di Palermo avrebbe gradito che il Tribunale si fosse adeguato alla sua laboriosa richiesta di colpevolezza, senza troppi tentennamenti e non con una sofferta decisione che manda assolti i due carabinieri “Usi ubbidir tacendo e tacendo morir”. A prescindere - come direbbe un giurista sul tipo di Totò, magister delle quisquilie – che come cittadini di questa Repubblica democratica saremmo indotti a credere che il Procuratore che viene confutato dalla sentenza del Tribunale, non si dovrebbe dolere della sentenza avversa (il Tribunale giudica per dottrina, coscienza e testimonianze), è l’appellarsi (cosa ben diversa dell’imputato cui è concesso farlo, e fino in Cassazione) che è come un cazzotto nello stomaco che il pugile Procuratore inferisce alla giustizia da lui invocata come maestà tradita. È ammissibile che la giustizia possa essere impugnata dallo stesso sacerdote officiante?

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