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Della ragionevole durata del processo

11 Luglio 2013 alle 11:00

Quando si parla della ragionevole durata del processo generalmente ci si riferisce all'esigenza di rendere più breve l'iter giudiziario, che in Italia è sovente eccessivamente lungo. Ci si dimentica così che la durata del processo (o di parti di esso) può anche essere irragionevole per la ragione opposta, in quanto troppo breve. Infatti la durata del processo è ragionevole se costituisce il "giusto mezzo" tra una durata troppo lunga e una troppo breve. Un processo è troppo breve se la sua brevità è ottenuta a scapito dei diritti della difesa: rischia allora di trasformarsi in un processo "sommario", che ripugna all'idea di giustizia e richiama alla mente i tribunali speciali dei regimi totalitari. Nel caso del processo Mediaset i magistrati della Cassazione hanno ritenuto di ovviare alla eccessiva lunghezza dell'iter complessivo (con conseguente rischio di prescrizione) mediante un "processo sommario" nell'ultima fase, in questo modo rimediando a un'ingiustizia con un'ingiustizia ancora più grande. E' bensì vero che una legge del 1969 impone l'urgenza del processo per evitare la prescrizione. Ma va da sé che tale urgenza non può prevalere su quanto disposto dall'art. 111 della Costituzione, il quale, tra l'altro, impone che "la persona accusata di un reato disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa". Il prof. Coppi è avvocato di parte, ma certo è persona troppo seria e dabbene per mentire quando afferma che la data del 30 luglio comprime i diritti della difesa e che i tempi scelti dalla Cassazione sono inusuali. Del resto basta il buon senso per rendersi conto che in venti o trenta giorni non è possibile predisporre una difesa efficace su una materia intricatissima che si trascina da anni e anni.

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