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Ma "ripensare" il contratto di lavoro?

4 Luglio 2013 alle 18:30

Forse non tutti sanno che anche in Italia, un lavoratore dipendente, quando vuole una casa in affitto, la vuole proprio in affitto (a prescindere dal fatto che la possa o meno “desiderare” in acquisto, se potesse permettersela). E se, putacaso, il proprietario ne equivocasse per mero errore o anche con interessata malizia la volontà, alla fine, anche in Italia, se affitto si voleva che fosse, affitto sarà. O niente. E mai, neppure in Italia, l’affitto si trasformerà in acquisto finché acquisto non si vuole (e si può) che sia. E’ vero, però, che c’è stato un tempo in cui, in Italia, ci si infilava nelle case altrui in affitto, ma con la riserva mentale di considerarle come proprie, non pagando o rifiutando di lasciarle a scadenza contratto: non funzionò benissimo. E lo schema non funziona neppure sul lavoro, dove la volontà (non i desideri, non le riserve mentali) espressa dalle parti è un puro accidente: la legge interviene al minimo errore formale, al minimo vizio, alla minima errata violazione di qualche fantomatica percentuale e se ne fotte altamente di indagare la volontà delle parti (non i desideri, non le riserve mentali). Che si tratti di presunzione legale, o di trasformazione sanzionatoria o di interpretazione “in favore” del lavoratore la cosa non cambia, perché in Italia la vera controparte del datore non è il lavoratore ma la legge, la cui “volontà” rappresenta allo stesso tempo sia la “vera” volontà del lavoratore che la regola normativa del suo rapporto di lavoro. Che la cosa funzioni ancora peggio che per gli affitti parrebbe di una evidenza “solare”. Se, solo, non fosse per la maledettissima eclissi che dura da… 40 anni?

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