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Attenti al portafoglio

1 Luglio 2013 alle 19:00

Amato lo fece, Saccomanni ci prova. Di certo, oramai è chiaro che l’idea di “una vera spending review” è del tutto tramontata. Messa di nuovo da parte l’accetta, con la scusa che per la politica non è cosa facile individuare i rami dello spreco che vanno tagliati, si cercano altre vie. O meglio, si ritorna a battere la vecchia via delle tasse: in ogni loro possibile variazione. Né serve a nulla ripetere fino allo spasimo che la politica, invece, li conosce benissimo quei rami da segare, per il semplice fatto che sono i virgulti generati dagli innesti voluti da lei stessa. Rubinetti sempre aperti, per dare acqua ai campicelli di riferimento dai quali ogni singolo partito attinge il tanto o il poco consenso di cui gode o ha goduto o godrà. Il loro zoccolo duro, insomma. Le PP.AA, i consorzi di ogni genere e grado, e la sanità sono i pozzi senza fondo che prosciugano le entrate dello Stato, ma, siccome è lì che il commercio dei voti di scambio prolifera, non si toccano. E’ sul quell’oceano dello sperpero che le navi corsare dei partiti vanno all’arrembaggio del consenso. Un “do ut des” che è migliore di un quarto di nobiltà. Perciò le elezioni non possono essere che lotte tra clan. E a volte divengono, nel gioco all’elastico di alleanze fortunate, delle vere e proprie scalate sociali. Si sgomita, si tradisce, ci si imbelletta per meglio apparire, dato che, per chi ci sa veramente fare ed ha dalla sua parte un pizzico di fortuna, ogni campagna elettorale può diventare l’occasione della vita. Il parassitismo sociale, in una realtà senza prospettive ed avvenire, è l’unico vero capitale da spendere. La fideiussione omnibus che salva dal fallimento. L’ascensore sociale che può portare anche in paradiso. Eppure, quel “do ut des”, che in lingua volgare significa voto di scambio, la magistratura si ostina a volerlo vedere soltanto sotto il mantello del Cavaliere nero.

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