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Il risentimento

26 Giugno 2013 alle 19:30

Non condivido appieno l’idea di Roger Scruton, che stimo moltissimo, sul risentimento nei confronti del potere da parte del popolo o della sinistra. Cita gli anarchici russi, Lenin e i rivoluzionari francesi. La realtà era che le condizioni dei mugiki o del popolo francese erano disastrose. Così come lo furono le condizioni della popolazione tedesca nel primo dopoguerra e che portarono Hitler al potere, che di sinistra non era. C’era risentimento anche nei russi dopo settant’anni di regime sovietico. Sono le condizioni di miseria che inducono al risentimento e poi alla rivoluzione. La saggezza di chi governa è quella di equilibrare potere, condizioni di vita e materiali buone o accettabili per la maggioranza delle persone. Quando questo circolo virtuoso s’interrompe, inizia il risentimento nei confronti del potere e del ricco. In una fase equilibrata, ritengo invece che il ricco, l’uomo di potere, così come il divo del cinema per alcuni, possano essere stimoli per migliorare le condizioni di chi le ha inferiori. Se togli questa “magia”, come invece sta accadendo in Italia, allora s’innesta il risentimento. C’è una frase che ho ascoltato detta da un grillino: “Io sono garantista, però con Berlusconi no”. Non s’avvede, il deficiente, che si comporta come Sansone contro i filistei, perché così facendo taglia il ramo su cui poggia anche il suo esistere come “cittadino”. Solo qualche anno fa le cene di Berlusconi erano motivo di ilarità e, a parte Travaglio e company, le sue vicende giudiziarie non generavano rabbia. Sentimento che oggi si è insinuato anche a destra. È un mix esplosivo e il tribunale di Milano ne ha tenuto conto. Mi domando: se la condanna di Berlusconi fosse avvenuta nel 2001 avrebbe avuto lo stesso impatto?

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