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Elvira Banotti. Chissà se Giorgio Napolitano la leggerà

14 Giugno 2013 alle 11:15

Elvira Banotti è brava, ci prova e ci s’appassiona, ma forse sa che è inutile tentare di chiarire il concetto di cittadinanza e quello che intrinsecamente significa. Lo stravolgimento dei significati, l’uso improprio delle parole, le attribuzioni fasulle sono lo scenario costante della odierna informazione e del modo con cui la stessa persegue i suoi fini di parte. Gli addetti ai lavori, anche quelli che tifano Kienge, sanno benissimo che Elvira Banotti ha ragione, che i termini della questione sono quelli da lei esposti. Ma i temi dello ius soli, la cittadinanza, il femminicidio e ammennicoli vari e connessi sono strumenti di lotta politica, altro che culturali, e tendono a perpetuare la solita devastante pratica di delimitare e individuare l’area dei buoni da quella dei cattivi. E’ il nostro pane quotidiano. La carenza culturale e l’incapacità che ne deriva di esercitare un atteggiamento razionalmente critico nei confronti di quello che l’informazione propina, sono i tratti prevalenti di una opinione pubblica che è sempre più famelica di occasioni e stimoli per soddisfare i suoi mal di pancia. L’oligarchia che a livello mondiale e italiano gestisce e usa il controllo dei flussi dell’informazione, facendo credere che abbiano rango di realtà, è la vera domina delle masse pecorelle. Il trucco consiste nel far credere alle pecore che siano loro a guidare i pastori. Poi succede che anche ai pastori venga l’impulso politicamente corretto di seguire le pecore.

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