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La Siria, la Turchia e noi

6 Giugno 2013 alle 19:15

Ciò che sta accadendo in Siria e Turchia è paradigmatico dell’impasse di natura politica, ma anche psicologica che l’opinione pubblica europea si trova a dover fronteggiare in ambito regionale. Il non riuscire a capire cioè verso chi sbilanciarsi, far propendere le ragioni del proprio sentimento. Se la realpolitik farebbe optare, in Siria, per la stabilità, che tipo di sentimenti possono ispirare il regime e le sue mire, le sue milizie sanguinarie, il suo legame ombelicale con l’imperialismo iraniano? I c.d. “ribelli”, se ai nostri occhi combattono un tiranno (anche se in realtà non è propriamente così), non sono da meno in quanto a metodi, braccio armato di potentati sunniti, dagli ideali più o meno vicini a quelli qaedisti o della Fratellanza Musulmana. Il modello regionale di un movimento ritenuto “moderato” come quello di Erdogan si è visto quali esiti ha avuto sulla popolazione civile metropolitana che non goda di rendite di posizione claniche da difendere e dietro cui arroccarsi. Per quale compagine parteggiare? Quale modello locale prendere a riferimento? Credo che, in realtà, fino a quando quelle società non apriranno se stesse, i loro obiettivi, gli ideali e le prospettive ispirandoli, attraverso un movimento strutturato, a quei principi, non dico democratici, non dico liberali, ma universali scritti “sommessamente nelle coscienze di tutti gli uomini (B.XVI)” le lotte in quelle regioni saranno sempre autoreferenziali, lotte per il potere di questa o quella parte, e non battaglie per l’avanzamento per il progredire, le sole in grado di suscitare vere partecipazioni, non ideologiche.

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