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Dalla moralistica laicista all'etica competitiva

29 Maggio 2013 alle 15:45

Colpisce la coerenza del ragionamento con cui Elvira Banotti ha rivendicato una delle principali conquiste delle donne italiane e cioè, quella di essersi liberate da un intransigente e soffocante moralismo sociale e religioso che impediva alle donne di essere ed avere una libera sessualità. In sostanza, la Banotti ha ricordato a tutti che le donne, nel nostro Paese, scesero in piazza chiedendo non solo una maggiore e più proficua laicizzazione della società, ma anche e soprattutto, la liberazione da ogni forma di moralismo. E di fronte, all’arringa del Pm Ilda Boccassini è palese il sospetto che si tratti di un’ inusitata esasperazione di una “moralistica laicista” in cui a prevalere è la condanna della società e dello star system sulle ragioni del diritto. Ma nel libro denuncia “Mistica della femminilità”, scritto nel 1963 da Betty Naomi Friedan, considerata una delle”madri”del femminismo, si legge: “una ragazza non dovrebbe aspettarsi speciali privilegi per il suo sesso, ma neppure dovrebbe adattarsi al pregiudizio e alla discriminazione. Deve imparare a competere... non in quanto donna, ma in quanto essere umano”. Ecco, se è vero l’assunto che quando le donne scendono in piazza per protestare ne guadagna l’intera società, sarebbe davvero auspicabile che le donne italiane si facessero ispiratrici e portatrici di una sana “etica competitiva” coll’altra metà del cielo, col fine di rendere più meritocratico il nostro Paese. Forse, anche la Boccassini in un agone di sana competizione tra diversi, si occuperebbe di criminalità organizzata come Falcone e Borsellino.

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