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Antonin Scalia

29 Maggio 2013 alle 10:30

Antonin Scalia, giudice della Corte suprema degli Stati Uniti d'America, non è tenero neppure sulle anomalie della giustizia di casa sua. L'analisi è a 360°. Il suo monito ai giudici: "Non sovvertite la legge per raggiungere scopi politici, specialmente se per farlo dovete inventare nuovi diritti", è da incorniciare. Ve li immaginate un Rodotà, un D'Arcais qualunque che usano lo stesso metro d’analisi per il sistema giudiziario italiano? Non accadrà mai. Veniamo a noi. Quello che fanno i magistrati politicizzati, se qualcuno ne nega l’esistenza o è imbecille o in mala fede, non è un abuso di potere, è l'esercizio assolutamente discrezionale, senza contrappesi, di una funzione, quella giudiziaria, che l'imbelle politica ha fatto sì che potesse trasformarsi in "potere". Non poteva non accadere e, per ora, sostanzialmente non è cambiato nulla. Chissà perché avrebbero dovuto resistere alla tentazione di occupare un vuoto politico? Ma non sono tutti politicizzati, si obietterà, vero, ma lo status generale della loro condizione di dominus, con quello che ne consegue in termini di vantaggi corporativi, è talmente allettante che ottunde, opacizza, omologa l’insieme che reagisce compattamente ad ogni refolo di variazione dello status quo e di prospettive di perderci qualcosa. Hanno il potere di opporsi, perché non dovrebbero farlo? E' congeniale alla natura dell'uomo. Che non è "il buon selvaggio". Se lo diventasse sarebbe il suo suicidio.

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