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Il delitto di Londra e le corti islamiche

27 Maggio 2013 alle 17:30

Per amore del vero, le “condanne” (verbali) della decapitazione di Londra da parte del Muslim Council, o di Choudary da parte dell’imam di Woolwich, andrebbero accolte con una buona dose di speranza e di prudenza nello stesso tempo. Choudary era e resta un imam. Era noto alle gerarchie anche prima. Non risulta essere stato da esse sottoposto ad alcun procedimento. Né la sua, eventuale, eterodossia, è stata mai contestata (con una sorta, che so, di sospensione a divinis). La presa di distanza di un imam rispetto ad un altro imam, poi, lascia il tempo che trova, nell’ordinamento islamico. Quella delle organizzazioni civili ancora meno. A complicare le cose, si consideri che in un contesto di quel genere i giudizi ufficiali possono essere velati dietro il ricorso alla taqiyya. Insomma, per essere realmente efficace la riprovazione di un determinato operato dovrebbe essere affidato al responso (fatwa) di un giurisperito all’interno di un procedimento. Imam come Choudary ce ne sono tanti, noti e meno noti. Ed è giunto il momento che le comunità ospitate manifestino maggiore fermezza nell’isolare gli elementi “estremisti”, esprimendo condanne credibili che non siano solo occasionali o di facciata verso coloro che incitano all’odio e alla mattanza folle. Sarebbe una occasione di riscatto per le locali corti shariatiche.

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