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L’età di Andreotti

8 Maggio 2013 alle 18:00

Sentiamo ripetere, ora che il grande vecchio non c’è più, che bisogna abbandonare i toni accesi della politica e assumere quelli distaccati dello storico.D’accordo.Non puntare l’indice accusatore su questo o quello, ma adottare i giudizi di asettica prospettiva della storia.Ma come si fa ad accogliere imperturbabili senza un moto di sdegno o indignazione profondi alcune affermazioni autorevoli, non solo del nostro, riprese dal Foglio e che fotografano quell’età: “fin dallo sbarco degli americani tra politica e mafia si era instaurato una sorta di quieto vivere”?Lo trovo un fatto gravissimo, un vulnus dalle implicazioni profonde a livello nazionale, trattandosi di un nodo ancora irrisolto, relativo ad una realtà ancora attuale viva e vegeta nel tessuto connettivo di una grande regione d’Italia! Ancora: si tollerò la mafia “perché dovevamo frenare i comunisti ad ogni costo”.Ma ci si rende conto della portata (storica, sociale, etica) di affermazioni del genere? Significa che una parte d’Italia, indirettamente l’intero paese, sicuramente un partito di maggioranza, sono stati condizionati da logiche di tal fatta, che a loro volta si sono tradotte in voti (chissà quanti), determinati da un centro di potere criminale. Significa altresì che voti sporchi hanno finito per confluire a Montecitorio e Palazzo Madama, in un modo o nell’altro finiti all’interno di scelte, anche istituzionali, fatte dalla politica dal dopoguerra ad oggi. Diceva Montanelli:” la mafia è un affare dei siciliani”. Io penso che essa finirà quando le si toglierà l’ossigeno. Quando la gente comune e sana troverà il coraggio di manifestare non per le vie cittadine del Municipio o delle Prefetture. Ma quando andrà a farlo davanti ai santuari (noti localmente) degli esponenti dei clan, con disprezzo delle loro sporche prospettive di guadagno. Solo allora la mafia cesserà di essere un fenomeno (anche) sociologico, (anche) antropologico (dai suoi canoni inversi: onore, rispetto), ma solo criminale.

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