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L’elogio dell’in-ciucio

29 Aprile 2013 alle 14:00

Già la parola mi piace, suona bene, ed è bella rotonda come una pèsca. Il significato corrente, in sub ordine, non è dei migliori possibili, anzi. Eppure mi piace. Scavo nella memoria e riaffiora la parte finale, ciucio, che la fa da padrona (dalle mie parti la tettarella non si dice ciuccio, ma ciucio). Chissà quante volte la sentii da bimbo e quando divenni padre ritornò più vigorosa che mai e la pronunciai migliaia di volte. In-ciucio non piace ai puristi che arricciano il naso perché parola troppo dialettale, un poco volgare. Ma forse la differenza sta proprio qui. A me i dialetti piacciono. “La lù al pèr un èson” (quello sembra un asino o ciuco). Frase dialettale per indicare appunto una persona o un cittadino, che insomma non è proprio intelligente come dovrebbe. Anche qui la parola ciucio, senza preposizione, riaffiora con altro significato. L’in-ciucio avviene poiché dei cittadini, che non sono solo di una parte, non vogliono mescolarsi. Assistiamo all’inversione dell’attitudine elitaria al disprezzo che “il marchese del Grillo” sintetizzò con la famosissima frase “io son io e voi non siete un cazzo”. Quindi per farla breve e non tediare ulteriormente, l’in-ciucio è una sorta di moto al luogo all’arrovescia: fuggo dai ciuchi e faccio di necessità virtù. Speriamo bene. Comunque viva l’in-ciucio e viva il governo Letta!

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