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Fra cialtroni e ciarpume

18 Febbraio 2013 alle 15:15

Il linguaggio s’è affilato, gli epiteti falciano dall’alto, non si scende più in campo, si sale alteri della propria “altitudine”. Ma non è il peggio a fendere colui che il peggio se lo riceve come una lapidazione. “A quel tempo” puniva le reprobi fedifraghe colte in fallo di subdolo tradimento. Fa seguito al cialtrone il corollario del detto e non detto, del fatto e non fatto, del da farsi non fatto per ignava o per assoluta incapacità. Un’agenda dell’insulto nobilitata dalla cattedra che sempre, in frangenti simili, firma autorevolmente il biasimo scagliato contro chi è caduto, sta per cadere o è cadente. Il ciarpume sta per rottame, un manzonismo che lo definisce immondo. Così si sgrana la politica, cioè quella che chiamano politica, e ognuno fa sfoggio del suo linguaggio, delle sue parole fiondate come pietre da David che colpì Golia, il perfido gigante filisteo biblico. Quello stesso David re d’Israele, sedotto dalla fedifraga Betsabea (non lapidata), già sposa di Uria, cavaliere soldato, impaccio per la tresca che maturava col predestinato re israeliano. Eppure, dalla peccaminosa relazione, nacque un celeberrimo re, celebrato per la sua giustizia: Salomone. In queste condizioni si viaggia veloci verso il 24 / 25 febbraio 2013, sollecitando il popolo sovrano a scegliersi il “più migliore assai”, con il voto che eleggerà per Palazzo Chigi fra una folla di pretendenti. Mai come oggi la meta agognata è appetita da tanti atleti, schiappe e mezze calzette, ma tutti convinti di racchiudere le virtù necessarie a tirare l’Italia dalle profonde gore in cui è caduta. Il 26 febbraio prossimo sarà il giorno della verità, mai giornata più fatidica della storia d’Italia sarà sorta, il vecchio Papa la benedirà, non sostituito pur anco lui.

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