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Fede e Ragione

16 Febbraio 2013 alle 10:00

Il più delle opinioni precipitate sulle dimissioni del Papa sono il frutto della sorpresa, non di un ragionamento. Il diritto canonico contempla l’istituto della rinuncia, ed il fatto che sia stato raramente operativo non cambia la sua sostanza di atto pienamente legittimo. Non è senza significato che la norma non ponga eccezioni di sorta richiedendo solo la consapevolezza e la libertà del volere. Siamo lontanissimi dal sacrilegio sostanziale che qualcuno arditamente insinua associandolo all’archetipo dantesco dell’atto vile. Per un credente indulgere nel pettegolezzo è peccato, in questo caso, essendo in causa l’operato della terza Persona della Trinità, un’eresia. E lo scandalo più grande è che sia il cardinale di Cracovia, un Padre della Chiesa, a trattare l’argomento in modo tanto incauto, facendo chiaramente avvertire la propria disapprovazione in quel paragonare la scelta di Joseph Ratzinger al comportamento del suo predecessore Wojtyla. “Dalla croce non si scende” si dice, come se alla santa vocazione al martirio fosse sempre estranea la prosaica vanità e, soprattutto, come se la croce di Ratzinger non potesse essere proprio quella rinunzia. Quale povertà morale ed intellettuale in certe critiche! Che ingenua presunzione credere che Ratzinger (proprio lui poi!) possa aver trascurato ciò che tutti vedono come ovvio. Non è più plausibile, meno offensivo per l’intelligenza di tutti, pensare che il suo animo razionale gli abbia suggerito (ad opera dello Spirito Santo, per chi crede) che il bene della Chiesa passasse in quella contingenza dall’utile? Solo una perversione romantica può ritenere preferibile la follia di un martirio innecessario (e dorato) ad un atto intelligente. A quelli che amano crogiolarsi nella facile commozione per un paladino morto, Ratzinger oppone, da testimone vivo, la virile saldezza della propria fede.

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