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Dambruoso e i problemi della giustizia

7 Febbraio 2013 alle 17:30

Da lustri dico che i magistrati non devono fare politica e nel 2005 vi arrivò impetuoso Cacciari (“Come è possibile... Io sono veramente esterrefatto, letteralmente senza parole e ritengo inaudito...”) e poi niente: qualche voce dal sen fuggita a Violante e al magistrato (in pensione, ora editorialista) Giuseppe Anzani. Ma nell'agosto scorso, Vigna tuonò: “magistrati mai in politica” e prima di Natale Vietti ammise: “Chi fa il politico non torni più magistrato”. Ma poi chiese ai partiti di non candidare magistrati (che vergogna!). Allora il problema? Lo dice il magistrato Stefano Dambruoso: “Una volta entrati in politica non devono poter tornare più a giudicare”. Non devono: estromessi e nessuno spazio all'onestà deontologica del singolo. E questo si può fare solo con la legge, rifondando l'Ordinamento giudiziario: magistrati solo i giudici, che non devono essere distratti per nessun motivo (direzione uffici giudiziari, gestione direzioni ministeriali, nessuna attività amministrativa o mista, persino decreti ingiuntivi e penali, esecuzione civile e penale, ecc.). Niente media, niente di niente, neppure volontariato in oratorio. Però non mi è piaciuta la sua proposta: “Ma mi batterò per realizzare una legge che preveda un passaggio dei magistrati entrati in politica al consiglio di Stato o all'avvocatura di Stato”. Lo stesso dovrebbe essere per chiunque altro, dal brillante avv., al povero operaio che si sia prestato a giochetti mediatici. Si tratta di un “diritto”, uno degli infiniti in cui è annegata la nostra vita, ma pare che non ci siano problemi di natura costituzionale, perché devono essere regolati, cioè limitati: limite assoluto (rubare), relativo (velocità andatura). E comunque, non molto tempo fa lessi di un costituzionalista famoso la dimostrazione che si poteva vietarlo: la GIUSTIZIA è una dea e la super casta dovrebbero servirla, non usarla per alimentare lo strapotere dei suoi servi, che si sentono sacerdoti (liberi).

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