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Vendere il patrimonio pubblico

24 Gennaio 2013 alle 15:30

Vendere i gioielli di famiglia è l’idea per coprire una parte del debito pubblico, cioè rimborsare i nostri creditori una volta per tutte senza fare altri debiti. Bene. Solo che per vendere il patrimonio pubblico, cioè dello Stato, cioè anche mio, occorre anche il mio consenso e io non lo darei se non potessi avere un rendiconto preciso di quanto si incassa e poi una ricevuta di eguale importo per il debito che si è estinto. Lo dico perché lo Stato, per chi non ha memoria, ha venduto nel giro di pochi anni, “roba” mia e vostra, come: la Buitoni, la Perugina, l’Alfa Romeo e la Lanerossi, Comit e Credito italiano, Banco di Santo Spirito, Cassa Risparmio di Roma, l’IMI , BNL, l’ENI, la SME, la GS, la Cirio Bertolli De Rica, Autogrill, Italgel e Pavesi, l’INA , L’ILVA, la Acciai Speciali Terni, Dalmine, Alumix, Cementir, SIV , Montefibre e Enichem, Nuovo Pignone, Elsag, Savio, Soc. Condotte d’acqua, Italimpianti, SEAT pagine gialle , Editrice il Giorno, Nuova SAME, Telecom e STET, ENEL, Italtel, Nuova Tirrena, Montefibre, Aeroporti di Roma, Autostrade SPA, Mediocredito Centrale, CIS Credito Industriale Sardo, Mediocredito lombardo e Meliorbanca, Cofiri e Beni Stabili,e ancora quote minori del Banco di Napoli e dell’ISTSANPAOLO di Torino, di CDP, e tanto altro ancora. Il conto dell’incasso si può fare, la ricevuta dei debiti estinti manca.

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