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“La democrazia senza competenze nè élite non significa molto”

18 Gennaio 2013 alle 12:00

E’ appena il caso di ribadire che il Direttore non si riferisce alle mere competenze “di buona amministrazione” né a quelle “élite” la cui nobiltà fosse misurata unicamente in ragione del ranking internazionale vantato dalle Business School frequentate - pedigree sostituivo del “sangue blu” delle élite tradizionali: fosse questo il problema, giusto qualche correttivo “democratico”, l’attuale tecnocrazia europea sarebbe il massimo della vita! Il problema è che, a venir meno, è l’orizzonte esistenziale stesso della società: sul punto “c’è discordia tra gli uomini non tanto perché la pensano diversamente, quanto perché non pensano proprio” (Gomez Davila). E ciò è tanto evidente che, quale che sia la declinazione, spesso recitata a mò di clausola di stile, dei cosiddetti “principi non negoziabili”, vale a dire delle direttive esistenziali connaturali all’uomo di ogni latitudine e religione e sesso e cultura, di tanto si è, semplicemente, operata una definitiva derubricazione a “questioni personali”. Ma una società senza princìpi non negoziabili ha smesso di essere una società, quali che siano le sue competenze e le sue élite dominanti. E quando l’orizzonte esistenziale di una società diviene “questione personale”, l’ultimo dei problemi è il tasso di democraticità della sua rappresentanza.

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