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La dikarchia elettorale

15 Gennaio 2013 alle 19:15

La democrazia è un regime politico di difficile rappresentazione, perché, per essere compiuta, deve necessariamente essere radicalmente popolare. Se si ammette solo l'autorità derivata direttamente dal popolo ne consegue che le elezioni sono il momento liturgico fondamentale della democrazia e corrisponde a quello al battesimo, con il quale si diventa cristiani. Come questo cancella tutti i peccati, quello originale e quello attuale, così il voto popolare cassa tutte le imputazioni ascrivibili a un candidato, che può - anche se condannato dai giudici, presentarsi al giudizio popolare, e farsi assolvere come Barabba, secondo giustizia. Pilato era un giudice molto più versato nel diritto di quanto lo siano i nostri PM, non lo ritiene un galantuomo ma lo assolve, sottomettendosi alla giuria popolare. La vera Cassazione è il popolo, solo in seconda istanza rappresentata da una corte di giudici; se il giudizio di condanna da loro emesso è definitivo si introduce una pena di morte, esclusa dagli ordinamenti penali ma surrettiziamente introdotta in quelli civili. Le elezioni sono una sorta di giubileo quinquennale della democrazia, senza il quale ogni regime politico si risolve in una dikarchia, il peggiore dei regimi politici, perché i magistrati da procuratori della repubblica si fanno procuratori di Dio. Ogni dikarchia finisce in una teocrazia, ove gli ulema del diritto sventolano le loro sentenze come una fatwa contro i loro nemici.

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