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Art. 1: la sovranità spetta al popolo

13 Novembre 2012 alle 10:00

La democrazia ateniese derisa da Aristofane si affidò a Cleone cuoiaio, quella nazionale cerca un gelataio o un guitto -tra i tanti- da designare per le magnifiche sorti e progressive prossime venture. L'incantesimo consiste nel far baluginare agli occhi degli elettori che ci sarà un tempo a venire in cui le cose andranno in modo diverso da come vanno oggi, mentre l'apologo della vecchietta di Siracusa a Dionigi testimonia che le cose andranno come sono sempre andate; se cambiano non è per merito della politica, ma di Giove e di Saturno, come diceva don Ferrante, le cui influenze non fanno conto delle deliberazioni degli uomini. Dopo Grillo il 17 del prossimo mese è il turno di Benigni, che sale in cattedra a spiegare agli italiani la nobiltà della nostra costituzione. Dopo l'Inno nazionale è tempo che anche la costituzione entri nel repertorio dei comici, forse perché quella democratica, come diceva de Maistre è comica, perché è senza sovranità. La sovranità fa riferimento a un ordine superiore e quindi non può essere il popolo sovrano e suddito insieme "per la contraddizion che nol consente". Che la democrazia sia spoglia di sovranità è confermato dalla ammissione anche delle somme cariche istituzionali che ne sono custodi e che prevedono che si possa in parte alienare a vantaggio di Bruxelles. Se è alienabile non è sovranità, la libertà democratica finisce per ammettere che il popolo possa farsi servo, ora della legge (cioè dei giudici) ora di un creditore, ora di un nemico concordemente cooptato tra gli amici. C'è tra i tanti costituzionalisti qualcuno che rifletta e spieghi queste cose senza lasciarle al magistero fatuo e sculettante di Benigni?

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