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Gli assenti hanno sempre torto

6 Novembre 2012 alle 14:15

Chiede l'autorevole giornalaio: "Sarà possibile governare se chi vince le elezioni otterrà il 30, massimo il 35 per cento dei voti? E se, come è molto probabile, questa percentuale dovesse essere calcolata su un corpo di cittadini votanti ulteriormente ridotto da una febbre astensionistica simile a quella siciliana, come sarà possibile affrontare le tempeste della crisi con un consenso tanto risicato?". La risposta è tanto ovvia quanto inevitabile: chi non va a votare, qualunque sia la (nobile o ignobile) ragione per cui lo faccia, sceglie di abdicare, sceglie con colpa di subire le scelte di altri. Quindi non puó accampare ingiustificate pretese. E se per puro caso decidesse di non rispettare o non legittimare tali scelte degli altri, finirebbe di mettersi da solo fuori dal giochino democratico. Questa cosa é talmente chiara a tutti che poi alla fine, spesso smentendo previsioni improvvide, gli italiani hanno sempre votato con partecipazione. Perché il voto é in definitiva la sola voce che il cittadino ha per farsi sentire. Chi resta a casa ha torto. Gli assenti hanno sempre torto. A margine, ma neanche tanto, il concetto di uguaglianza prevede che chi vota valga quanto chi non vota, non meno e non solo se raggiunge con altri il 50%+1! Vale anche il viceversa ovviamente, ma ormai, visti i tempi che corrono, la categoria dell' "andare a votare" dovrebbe essere parte dell'idea meritocratica del "si premia chi fa".

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