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Non uccidere, precetto giuridico e religioso.

23 Ottobre 2012 alle 09:45

Sul cartaceo e nel sito del “Corriere” oggi ho trovato tre articoli sui trapianti, fra cui uno sotto il titolo: “Danimarca, si risveglia dal coma poco prima dell'espianto degli organi”. E' una materia che mi intriga da una decina d'anni e non mi lascio impressionare dai titoli roboanti. M'impressiona, invece, l'egoismo umano, che acceca tutti (me compreso). Non sono un medico (e, quindi, non sparo giudizi di pancia in materia sanitaria), non mi faccio impressionare dai titoli (che sono costruiti per attrarre l'attenzione della brava gente in tante cose affaccendata), non sono un progressista (ubriaco di Politically correct), perciò mi limito a dire la mia basata sul principio della sacralità della vita. I valori moderni del relativismo e dell'individualismo hanno dei limiti, per me, come tutte le cose umane: considero assoluto solo il valore della vita! Una volta accertata la morte cerebrale (e i dubbiosi si liberino dei loro incubi), che è l'unica condizione necessaria, il sistema (super controllato ed inviolabile, certo non all'italiana) deve procedere obbligatoriamente al trapianto: e gli spostamenti devono essere effettuati con precedenza assoluta con aerei militari, come dimostrano tragedie del passato. Ma per tutto questo ci vuole una legge e, forse, ancora non è nato il pazzo politico capace di prendere l'iniziativa: in tutto il mondo, non solo in Italia. Qualche anno fa vi fu un tentativo di apertura di Cameron, ma fu subito sotterrato da un vergognoso silenzio. Non si spaventino coloro che si preoccupano per i loro organi: torneranno polvere. E non si facciano illusioni coloro che potrebbero vivere ancora con un trapianto: sono nati troppo presto, perché fra una generazione o due la scienza e la tecnica produrranno pezzi di ricambio. Però qualcuno saprebbe indicarmi le fondamenta della donazione in materia? Il cui rifiuto violerebbe l'imperativo civile e religioso condensato in due parole: non uccidere.

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