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Lex de repetundis

18 Ottobre 2012 alle 14:50

Se si accettano le leggi della democrazia esse vanno portate fino in fondo; non c'è alcuna autorità superiore a quella popolare; anche la legge, in quanto costitutum, non può prevalere sull'autorità costituente. L'approvazione dei provvedimenti recenti prevede che non possono essere candidati i condannati a pene definitive (sarebbe candidabile Sallusti o Berlusconi, prossimo condannato?) mentre la tradizione parlamentare ha sempre previsto che il suffragio popolare potesse liberare i prigionieri dagli ergastoli, proprio per confermare l'origine delle sentenze emesse in nome del popolo contro l'eventuale prevaricazione giudiziaria. La sinistra si è avvalsa di questa finestra prevista dalla legislazione liberale per difendere e sottrarre sindacalisti e oppositori politici dalle maglie della giustizia borghese. Ora sembra che le cose siano mutate e che l'autorità fondante non sia più quella popolare, ma quella dei giudici. Un popolo in democrazia non è necessariamente costituito da virtuosi, anzi il voto segreto e anonimo prescinde da ogni carattere morale della rappresentanza politica. Le lobby sono moralmente deprecabili, ma politicamente legittimate all'esercizio delle pressioni parlamentari per ricavarne vantaggi, dichiarati o non dichiarati. Volere una democrazia a prova di corruzione è come pretendere che un cerchio possa quadrarsi, la democrazia non può essere una aristocrazia, a meno che non si ricorra al terrore. Robespierre aveva tentato di costruire la sua repubblica ideale, ma riempì la Francia di stragi e decapitazioni, tra cui la sua, che pure era chiamato l'incorruttibile. Le rivoluzioni democratiche sono le peggiori per l'ordine universale, il Novecento ne ha fatto esperienza, ai tanti intellettuali frenetici e in orgasmo vendicativo bisognerebbe consigliare qualche pagina di De Maistre per raffreddare la loro erezione apocalittica, sia delle serate di Pietroburgo, sia di "il Papa", detto a tutti quei cattocomunisti in fregola vendoliana.

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