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Il nuovo amministratore delegato del Pd

17 Ottobre 2012 alle 15:00

Illustre Direttore, se la destra piange, la sinistra certo non ride. Le battaglie tra i repubblicani e i democratici nostrani (tanto pe’ fa’ l’ammericani) per la leadership (leggasi segreteria) e, via via, le candidature al Parlamento o alle assemblee regional e provinciali sino alla poltrona di sindaco sono sotto gli occhi di tutti. Ciò che tuttavia caratterizza la “competizione” tra i democratici è che con la nomina del segretario del Partito Democratico di fatto si nomina l’amministratore delegato di un grande gruppo industriale con interessi che vanno dalla finanza, alle assicurazioni, al gioco (bingo), ai servizi, all’edilizia e così via che a quel partito, in modo diretto o indiretto, fanno appunto riferimento. Con gli stessi criteri la sinistra sceglie dunque anche i candidati alle regioni, provincie e sindaci che agiscono (salvo qualche rara eccezione) in qualità di Ceo delle varie consociate del gruppo. Sicché, al pari di qualsiasi altro grande gruppo industriale la nomina di un amministratore delegato piuttosto che un altro può determinare la rottura degli equilibri tra le varie aziende del gruppo stesso e la fortuna degli uomini (e donne) che sono espressione dell’eletto a discapito, ovviamente, di chi è invece promanazione dello sconfitto. Un partito-azienda, insomma, dove l’interesse pubblico costituisce solo il pretesto. Non fedeltà all’idea, dunque, ma fedeltà all’azienda. Di qui l’ostracismo nei confronti di Renzi che agli occhi della odierna classe dirigente democratica ha lanciato a tutti gli effetti un’Opa ostile. Meglio così, comunque, che i cialtroni della destra che delinquono per sé stessi.

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