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Eco, tra pregiudizio e moralismo

16 Ottobre 2012 alle 16:00

“Se qualcuno vuole darmi qualcosa che non mi pare aver meritato, tanto per incominciare chiamo i carabinieri”. Questo disse al figlio il padre di Umberto Eco. Inutile aggiungere che i carabinieri alla segnalazione domandarono: “Scusi, Lei che prove ha a supporto della sua denuncia?… Nulla, solo perché le pare? Qui Lei rischia una querela! Non ci faccia perdere tempo!”. Una bella risposta al pregiudizio. Questo ricordo di infanzia, tratto dall’articolo del signor Eco su Repubblica dello scorso sabato, illustra con chiarezza la mentalità di questa genia intellettuale: alta moralità, niente lussi, niente svaghi mondani, niente vita sociale - potenzialmente compromettente- solo riservatezza e morigeratezza. Più che giusto. Peccato che non tutti hanno l’indole di passare il proprio tempo libero con il naso nei libri o con orecchie e occhi alle prese con qualche dotto spettacolo teatrale per pochi intimi, magari spesato con il pubblico denaro. L’illusione poi che gli arricchiti possano mettere giudizio a causa del distaccato disprezzo degli onesti è la stessa con la quale la gente di buon senso spera che certa intellighenzia, costantemente confutata e smentita dall’evidenza del reale, la smetta di pontificare e si vergogni di esser pagata e mantenuta nei sui privilegi di casta dai comuni mortali.

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