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Civiltà, reati, pena e riabilitazione

16 Ottobre 2012 alle 20:00

Sempre ottimi gli interventi di Giuseppe Anzani, magistrato dal quale avrei accettato che scrivesse anche se fosse stato in servizio, ma nell'editoriale del 29 settembre su “Avvenire”, dedicato alla situazione carceraria, ho visto un eccesso di sensibilità, col parlare addirittura di “tortura”, mentre nella Costituzione sarebbe prevista solo la “pena”. Certo, dev'essere “pena” riabilitativa, a cominciare dal domicilio, che non può essere un albergo a 5 stelle. Io da anni scrivo: “Per la riabilitazione dei condannati, primo obiettivo della pena, bisognerebbe spendere molto per strutture idonee e psicologi a tempo pieno che dovrebbero seguirli per più ore al giorno. E quando una commissione di super esperti, accettando il rischio di un errore sempre possibile nelle cose umane, accertasse la riabilitazione, il condannato dovrebbe essere messo in libertà: in questo modo una pena di 10 giorni potrebbe protrarsi per anni (e più) ed un ergastolo ridursi a pochi anni, addirittura pochi mesi”. Però la parola “depenalizzare” non mi piace, perché non ha quello scopo, come le parole amnistia e indulto (la cui differenza tanti sconoscono): il problema va risolto nel modo sopra esposto. E il tempo c'è stato: anni, lustri, decenni. I provvedimenti di clemenza non dovrebbero proprio esistere: l'unico necessario è stato quello del '47 per recuperare una società divisa dalla guerra civile. Invece ogni 5 anni si sparava un provvedimento di clemenza con la scusa che le carceri erano troppo piene. L'ultima volta si è arrivato a fare una bandiera anche di Giovanni Paolo II! Altro chiedeva il Papa Magno: l'umanità della pena. Quello che chiede Anzani, che chiediamo tutti. Non la liberazione indiscriminata di rei, solo perché in carcere. Per fare giustizia in pochi casi particolari, basta la “revisione” dei processi o un'oculata e stretta applicazione dell'istituto della “grazia”. Ora non se ne parla più e chiedo solo che sia rifondato l'Ordinamento giudiziario.

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