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Renzi non ci sta. Incuriosiscono gli sviluppi

4 Ottobre 2012 alle 16:00

La tentazione per l’Assemblea nazionale del Pd, in cui la maggioranza è con Bersani, di giocare sporco è grande e diffusa. Specie ora che Vendola ha ufficializzato la sua candidatura alle primarie di coalizione. Bersani deve distaccare Vendola in modo molto, molto significativo. Cosa ancor più impellente se Di Pietro decidesse di entrare in partita. E Renzi rischia di sottrargli troppi consensi. Bersani avrebbe bisogno di un quasi plebiscito per gestire l’alleanza con Vendola da posizione di forza. Bersani ha assoluta necessità d’aver dietro un partito compatto e coeso sulla sua linea. Perché se così non fosse, non potendo, nei fatti, la sua linea essere quella di Vendola, rischierebbe di fare la fine di Prodi, che dietro non aveva nessuno. O meglio, aveva un Pd rissoso, diviso, perso in beghe interne e che non lo sopportava. Va bene che Renzi ha ripetutamente dichiarato che se vincesse Bersani sarebbe a completa e fedele disposizione, ma il fatto che Bersani non ricambi la dice lunga sul “Fidarsi e bene, ma non fidarsi è meglio”. Questo porta a fare tutto e di più perché il controllo del Partito non sfugga dalle mani dei residuati dell’ultimo comitato centrale, dell’apparato e dei cattolici di sinistra, i compagni di tante merende. Però Renzi non ci venga a dire che non se l’aspettasse. Non poteva non sapere che la rottamazione, non coinvolgeva solo sette o otto vegliardi, ma che sarebbe stata percepita come la rottamazione di un intero sistema di potere, che avrebbe reagito pesantemente. Anche per Vendola il cambiamento delle regole per le primarie torna utile per far pesare i suoi voti al ballottaggio. A Renzi comunque il grande merito di averci provato e, nel caso, di aver costretto i suoi avversari interni a una forzatura antidemocratica e, di far prorompere la domanda: dov'è finita la correttezza nei rapporti interni e la credibilità di un partito che si proclama democratico? Ma questa è un’altra storia.

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