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L'Ilva: emblema di un progresso insostenibile

8 Agosto 2012 alle 19:30

Per equilibrare il diritto costituzionale al lavoro e quello alla tutela della salute bisognava rispettare il dettame della Oms che, fin dal 1990, delineò il principio della insostenibilità antropica e ambientale dei maxipoli energetici, comunque alimentati. Un opificio (acciaieria, centrale termoelettrica, raffinerie di prodotti petrolchimici e così via) che sviluppi 7000 Megawatt è un pericolo per la salute e per gli equilibri ambientali e va evitato o frazionato in più minipoli, disseminati sul territorio e lontano dai centri abitati. L'avere ignorato questo principio di precauzione ha determinato processi di inquinamento, con danno alla salute e dissesto agroalimentare e idrico. Anche se gli osservatorii epidemiologici regionali fornivano dati allarmanti sull'aumento della morbilità e della mortalità da inquinanti industriali, i governi di ogni colore politico hanno ignorato il principio di precauzione (definito dalla Corte Costituzionale nel 2005) cosicché -finalmente!- la magistratura è intervenuta per arginare il fenomeno illegale. Le polemiche attuali rischiano di confondere il vero nucleo del problema che consiste nel prendere atto:1°, che l'Ilva dev'essere chiusa e il territorio bonificato; 2°, che si devono creare nuovi opifici di dimensioni minori e dislocati lontano dai centri abitati riassorbendo così la mano d'opera dismessa dal posto di lavoro originario. L'impegno economico pensato per ambientalizzare le vecchie strutture dovrà servire, perciò, per costruire nuovi opifici in cui reimpiegare la mano d'opera già alle dipendenze dell'Ilva, per opere di bonifica dei terreni e per un'ampia campagna sanitaria sia preventiva sia curativa. Ogni altra soluzione avrebbe il sapore di una "furbata" per eludere il vero problema del progresso industriale che è sostenibile soltanto se rispettoso del principio di precauzione.

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