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Nei misteri, mica tanto, della legge elettorale

2 Agosto 2012 alle 11:45

Dopo un’analisi realistica, pragmatica, il Direttore conclude: ”Poi il Parlamento è diventato espressione dei partiti e dei loro gruppi dirigenti. C’è da scommettere che questo ultimo dettaglio più o meno sopravvivrà in qualunque legge elettorale partorita dagli attuali gestanti. Che, appunto, su questo trattano”. Chiusura appropriata, ma viene da chiedersi: se il il Parlamento è diventato espressione dei partiti e dei loro gruppi dirigenti, cioè di interessi che, per definizione, non possono avere il respiro del bene comune e dell’interesse generale, perché ci ostiniamo a ritenere l’Italia un repubblica democratica? Certo, quando era in vigore la regoletta di Yalta - I comunisti al governo no -, e quando in Parlamento, Dc e Pci insieme, avevano il settantacinque per cento dei seggi, il combinato disposto rendeva le cose più semplici anche se, come precisa il Direttore: ”Dentro questa regoletta, in Parlamento poi si faceva di tutto, e il voto segreto e i franchi tiratori erano i regolari fantasmi della democrazia…”. Già, però era inevitabile che “i fantasmi della democrazia” fossero l’incubatrice della partitocrazia, quella di cui già allora, tanto Pannella parlò. Caduta Yalta bisognerebbe mettere le mani, con buona, alacre e non irosa, astiosa volontà, e riscrivere le regole generali: quelle che nella regoletta che non c’è più, trovarono il loro humus fecondo. O no?

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