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Ragion di stato e mafia

1 Agosto 2012 alle 17:45

Inappuntabile la messa fuoco di Ostellino sul Corriere sulla Ragion di stato. E sui motivi per cui, a volte, è necessario invocarla a “copertura” dell’operato del potere politico. Inquieta, però, prospettare di tirarla in ballo, anche larvatamente, a proposito della (presunta) trattativa stato-mafia. A parte che la condicio sine qua non per esercitarla dovrebbe essere che vi sia un “pro” per l’interesse nazionale. E, nello specifico, sembra che il vantaggio prevalente l’abbia tratto la mafia. Che è viva e vegeta, e che beneficiò di circa tremila, pare, associati rimessi in libertà. Nell’ipotesi in cui si dovesse far ricorso alla Ragion di stato a tutela di quanto avvenne, sarebbe un fatto grave. Dimostrerebbe quello che non sempre si è disposti a riconoscere: che la mafia è un potere, elevata, se si tratta con essa, ad un rango paritario con lo stato. Con buona pace del vocabolario politicamente corretto e un po’ farisaico che suole definirla “malavita organizzata”, che ne rappresenta casomai solo la parte emergente. Perché essa è qualcosa di più. Ha una valenza che la contraddistingue dalle altre forme di organizzazioni criminogene. Perché ha un senso e una visione strategici del potere, anche di lungo respiro, che le altre organizzazioni non hanno. In grado di implicare e coinvolgere (condizionare?) esponenti di vertice dello stato, anche (speriamo) solo per interloquire con essa. Qualunque cosa sia successa, all’epoca dei fatti, è bene che venga a galla se deve servire, non tanto all’esercizio di vendette politiche, quanto a svelare e mettere a fuoco la vera natura, che non è quella di certa cultura cine-televisiva, di ciò che il paese tutto ha di fronte.

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