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Rimpiattino, giuramento e teatro

30 Luglio 2012 alle 18:30

Il procuratore aggiunto dottor Ingoia, in una intervista rilasciata a “Repubblica” (29 luglio) gioca chiaramente a scaricabarile. Affermando che se vi fossero, “se” vi fossero, ragioni di Stato a mantenere inquietanti segreti, la politica dovrebbe affermarlo; e la magistratura (lui cioè) dovrebbe fermarsi. Un non richiesto alibi, tuttavia, che dimentica: «Ho giurato sulla bara di Paolo Borsellino - ha detto Ingroia - che non avrei avuto pace fino a quando non si sarebbe scoperta tutta la verità su quella strage. Non posso ancora dire di essere tranquillo, rispetto a questo giuramento, ma, chiusa questa indagine, mi sento più sereno e penso che un pezzo di verità sia stato finalmente ricostruito». Anche il giuramento del dottor Ingoia è, allora, singolare e stravagante. Tutti i magistrati, assumendo servizio, giurano “di essere fedeli alla Repubblica Italiana ed al suo Capo, di osservare lealmente le leggi dello Stato e di adempiere con coscienza i doveri inerenti l’ufficio” (legge 23 dicembre 1946 n. 478). Tanto dovrebbe bastare. Invece il “giuramento ulteriore" del magistrato Ingroia, tanto più se manifestato pubblicamente, mostra una “passionalità” che non è da magistrato sereno e, soprattutto, realmente imparziale. I teatrali “giuramenti sulla tomba” il dottor Ingoia li lasci ai romanzi, agli sceneggiati televisivi; o almeno, li faccia, ma li tenga per sé. Essi, comunque non lo scuserebbero se, per adempiere e per eccesso di zelo, facesse delle vittime innocenti. Ora, infine, non si nasconda dietro la politica e nelle foreste guatemalteche.

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