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Il centro di Roma

24 Luglio 2012 alle 11:45

Fa un po' impressione leggere che un inguaribile ottimista come il nostro Giuliano Ferrara - che, da Fogliante, he retto per anni in alto la fiaccola delle poche verità che si possono ancora genuinamente trovare in giro sul nostro paese e sulla vita in generale ai tempi della globalizzazione e persino sul "dove" e il "quando" della libertà - questa libertà l'abbia abdicata a una consapevolezza, del resto realista, di quasi cattività. Lasciando a lui, che lo sa fare bene, il mestiere di arringarci sui massimi sistemi, mi limito a riportare solo un frammento da un breve giro nel centro di Roma dopo 11 anni, tanto era che non ci andavo, con "spirito critico e ricerca del vero". Ho sempre creduto alla Rivoluzione silenziosa, quella dei normali che lavorano e che con il loro contributo concorrono a costruire il senso del mondo che viviamo. E ho sempre creduto che questo senso, con il concorso della rivoluzione silenziosa, si sarebbe via via fatto più aderente al bello, al buono, al migliore, al sublime. Le magnifiche sorti mi hanno sempre entusiasmato. Ce la faremo, riusciremo, ne verremo fuori migliori, "più belli e più grandi che pria", come diceva Ettore Petrolini. Invece, dopo questo giro, al centro tra Campo de Fiori e il Pantheon nell'estate del 2012, scopro che la rivoluzione c'è stata, silenziosissima. Un appartamentino di qua, un localino de là, la casta dei privilegi, quella dei "topi nel formaggio" del Panebianco di ieri per intendersi, ha fatto man bassa. Il centro - che pullulava di botteghe, di artigiani, persino di gelaterie familiari, quelle dove il pane quotidiano non te lo regalano, ma te lo conquisti giorno per giorno - è in preda all'inerzia. Ristorantini di terza categoria, catene alimentari di cui è ignota la provenienza, è tutto un "sedemose qua che so' stanco", dove ogni produttività viene espulsa, insieme alla gran parte del valore delle case. Perchè quando un immobile è solo rendita e non è sacrificio perde senso.

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