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Riforma della Giustizia: si parte?

20 Giugno 2012 alle 09:30

Finalmente si comincia a fare qualcosa di serio per la signora Giustizia, da lustri ricoverata al reparto rianimazione: bisognerà fare un grande sforzo, ma è con le piccole cose che si comincia. E la Giustizia è il fondamento di un Paese civile, perché senza di essa l'ordine sociale non può reggere molto. La riforma dell'elefantiaco sistema legislativo richiede tempi generazionali; la separazione delle categorie (contrapposte) dei giudici e degli inquirenti oggi è un'impresa improba contro la lobby più potente del Paese. Cominciamo pure con la piccolezza riguardante l'Appello, però non capisco il “filtro” dei sei anni di durata del processo: sono ancora tanti, ma cominciano ad essere una quantità decente, perché bisogna ammettere che in qualche rarissimo caso (0,0 per cento) sono pochini. Allora proporrei qualcosa di diverso: in attesa di poter dimettere dal reparto rianimazione la signora Giustizia, creiamo una barriera all'appello, ma non preventivo con una valutazione approssimativa del suo fondamento, ma, con la sentenza definitiva, con una condanna della parte e dell'avvocato, sopra tutto, ad una pena significativa quando la prosecuzione sia stata non ragionevole, ma basata sull'inefficienza del sistema. Quanto al timore che i giudici “ci penserebbero due volte ad essere “forti con i forti”, basterebbe solo metterli in condizione di essere “giusti” e di fare un “giusto” uso della loro autonomia (che non può essere indiscriminata, come vorrebbero, ma finalizzata ad un “giusto” giudizio). Come? Accertando il “giusto” uso del potere (che non è loro, ma dello Stato). Quanto ai riti speciali, sorti per semplificare, da oltre vent'anni (il C.P.P. è del 1989) è di tutta evidenza che andrebbero delimitati (come tutte le cose umane), escludendoli per i reati più gravi (strage, spaccio stupefacente, omicidio, circonvenzione di incapace...). Ed eliminati, non appena la macchina della giustizia sia stata rimessa in moto.

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