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Termovalorizzatori e memoria storica

7 Giugno 2012 alle 15:00

Questa mattina, a Prima Pagina, la rassegna stampa di Radio 3, un ascoltatore consigliava, a proposito di rifiuti e termo-valorizzatori, di seguire l'esempio di Svizzera, Francia, Germania e nord Europa. Lì tutto ciò che non è riciclabile passa all'incenerimento e, se l'impianto è ben condotto, dalle ciminiere esce solo vapor d'acqua e anidride carbonica. Tant'è che all'incenerimento passa oltre il 50% dei rifiuti e gli impianti in questione sorgono nelle vicinanze delle grandi città. Elisa Calessi di Libero, conduttrice di questa settimana, rispondeva dando ragione all'ascoltatore ma non andava oltre. Ebbene si dimenticava di dire che noi italiani siamo stati gli apripista della termo-valorizzazione dei rifiuti, con la storica esperienza del teleriscaldamento a Brescia. Poi in Lombardia e in Emilia Romagna. A Torino è in completamento in impianto all'avanguardia pronto a sostituire quello vecchio. In tutto il centro-nord si continua a seguire questa strada come fanno i nostri vicini svizzeri, francesi e tedeschi. Si dimenticava, Elisa Calessi, di recensire la notizia della relazione all'Antimafia di Anna Maria Tarantola, Vice Direttore di Banca d'Italia, che denunciava il fortissimo inquinamento della criminalità organizzata nei procedimenti di smaltimento dei rifiuti, soprattutto al sud. Ebbene, secondo voi, è più facile seppellire in discarica i rifiuti tossici oppure incenerirli in moderni impianti, con la certezza di mandare in allarme i sensori che rilevano le anomalie nel ciclo dei fumi? Nella risposta a questa domanda troviamo la spiegazione della virulenta opposizione ai termo-valorizzatori da parte di cittadini disinformati e strumentalizzati. Una disinformazione, messa in atto dalla criminalità organizzata, che purtroppo non è sufficientemente contrastata dai giornalisti. Non per malafede ma per insufficiente cultura tecnico-scientifica e per scarsa memoria storica.

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