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Sulla lettera di Schifani

7 Giugno 2012 alle 16:30

Il Presidente del Senato scrive al Direttore una lettera accorata e verace e anche propositiva. L’operazione verità sarebbe utile, anzi feconda, per riconquistare l’elettorato deluso. Non occorre che il gruppo dirigente si stracci le vesti e vada a Canossa, basterebbe guardarsi negli occhi e fare un sincero, costruttivo outing senza retropensieri. Bisognerebbe che le discordie, le invidie, i risentimenti, i desideri di rivincita, le antipatie personali, le frustrazioni si annullassero in un convinto spirito comune di riscossa. Se abbiamo presente il groviglio di pulsioni e di passioni e di desiderio di potere che è presente nella vita quotidiana della classe dirigente di un partito e aggiungiamo che quella del PdL è composta da persone di diversa e distinta e anche conflittuale provenienza culturale e politica, apprezzeremo ancor più il “miracolo del Cavaliere”. E’ riuscito a tenerla insieme col collante del suo carisma personale senza però aver potuto o voluto, creare una cementante identità comune che desse luogo ad un progetto politico che potesse prescindere da lui. Il passo decisivo: concordare che si può prescindere da lui, rimanendo con lui. Roba grossa. Dall’esterno non sappiamo quanto Alfano sia in grado di progettare e guidare il percorso di recupero dei delusi, se questo possa avvenire senza il Cav. in primo piano e, quanto lui sia disposto a non mettercisi. Comunque è compito doveroso e segno di rispetto verso milioni di elettori che ci provino con convinzione. Paradossalmente il proliferare di liste, proposte, tentativi, movimenti e velleità personali varie, potrebbe indurre gli scontenti a ricompattarsi e a rifiutare la diaspora inconcludente dei mille rivoli.

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