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Una soddisfazione inaspettata

9 Maggio 2012 alle 10:30

Ripassato l’operato, e soprattutto il non-operato del suo governo, forse il nostro Cav ha scoperto qualche motivo per temere la scomparsa totale del suo partito: sarà per questo che si dichiara soddisfatto di un risultato elettorale “al di sopra delle aspettative”. Ma chi nelle sue valutazioni non è distratto da rimorsi di coscienza per un programma disatteso e un patrimonio di consenso popolare dissipato, può constatare che da queste elezioni esce un PdL che ricorda la DC di Tangentopoli: in via di disgregazione, più che per il crollo numerico, per un messaggio politico ormai confuso e marginale, che solo i politologi si scomodano a decifrare. Servirebbe uno zoccolo duro da cui ripartire: la Lega lo ha e su quello ricostruisce; come dopo la dissolvenza sovietica l’aveva il PCI (e ancora lo conserva: sono gli onorevoli Fassina che rappresentano l’identità storica DS, mica i sindaci Renzi, o gli episodici Veltroni). Il guaio è che proprio la preesistente base liberal-liberista, ideologicamente motivata e “dura”, è l’elettorato che più il Cav ha trascurato, deluso e allontanato, per inseguire le sue ambizioni ecumeniche e conciliatorie, sino all’acme del 25 aprile 2009. Non sarà richiamato dall’appello alla formazione di una grande destra a prevalenza PdL ribattezzato, che, quand’anche non fosse meramente velleitario, è ancora su questa linea genericamente identitaria. Anziché rischiare il certificato di decesso dalle prossime politiche, non sarebbe meglio, sull’esempio di Bossi, tornare alle origini? Non è detto che lo zoccolo duro della destra, in uno sforzo di smemorato ottimismo, dalle retrovie dell’astensione non rientri in prima linea.

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